Stanchezza da filler o "Filler fatigue" - quando aggiungere volume non significa più ringiovanire
Viso gonfio, pesante o poco naturale dopo trattamenti ripetuti? Scopri cos’è la "filler fatigue" da eccesso di filler, perché può verificarsi e quali soluzioni valutare.
di Dr. Leonardo Gaggio Garcia · Chirurgo estetico e maxillo-faccialeStanchezza del volto da filler o “filler fatigue” o “sindrome da overfilling facciale” - quando aggiungere volume non significa più ringiovanire e quando può venirci in aiuto la Terapia Autologa Rigenerativa
I filler a base di acido ialuronico hanno cambiato profondamente la medicina estetica del viso. Se impiegati con indicazioni corrette e in quantità proporzionate, permettono di migliorare piccoli deficit di volume, correggere alcune asimmetrie e armonizzare determinate proporzioni senza ricorrere alla chirurgia.
Negli ultimi anni, tuttavia, è aumentato il numero di pazienti che si rivolgono allo specialista perché percepiscono il proprio volto come più gonfio, pesante, largo o meno naturale dopo trattamenti ripetuti.
Questa condizione viene comunemente chiamata filler fatigue, espressione traducibile come “stanchezza da filler”. Non si tratta di una diagnosi medica ufficiale, ma di un termine utilizzato per descrivere:
- l’insoddisfazione dopo numerose sedute;
- la perdita delle proporzioni originarie del viso;
- la sensazione di avere un volto eccessivamente pieno;
- la comparsa di gonfiore o irregolarità;
- il desiderio di tornare a un aspetto più naturale;
- la necessità di interrompere il ciclo di continue correzioni volumetriche.
Il problema, nella maggior parte dei casi, non è il filler in sé. Il punto centrale è capire quando aggiungere volume sia realmente indicato e quando, invece, il viso richieda un trattamento differente.
Che cos’è la “filler fatigue” o la “stanchezza da filler”?
Con il termine filler fatigue si possono descrivere due fenomeni differenti ma spesso collegati.
Il primo è una vera e propria stanchezza psicologica verso trattamenti che richiedono richiami periodici e che, nel tempo, possono allontanare il paziente dal proprio aspetto originario.
Il secondo riguarda le possibili conseguenze estetiche di trattamenti ripetuti:
- sovracorrezione;
- persistenza di prodotto nei tessuti;
- sovrapposizione di nuovo filler a quello precedente;
- alterazione delle naturali transizioni del volto;
- edema persistente;
- migrazione del materiale;
- tentativo di correggere la lassità attraverso l’aggiunta di volume.
In questi casi il paziente può avere la sensazione che il viso sia più “trattato”, ma non realmente più giovane.
Perché il viso può apparire gonfio dopo molti filler?
L’invecchiamento del viso non dipende soltanto dalla perdita di volume.
Con il passare del tempo si modificano contemporaneamente:
- la qualità e l’elasticità della pelle;
- i compartimenti adiposi superficiali e profondi;
- i legamenti di sostegno;
- il sistema muscolo-aponeurotico superficiale (SMAS);
- la posizione dei tessuti molli;
- la struttura e il supporto dello scheletro facciale.
Alcune aree possono perdere volume, mentre altre tendono a scendere o ad accumularsi nella parte inferiore del volto. A ciò si aggiungono il rilassamento cutaneo e le modificazioni dei legamenti.
Per questa ragione, un volto maturo non è semplicemente un volto svuotato.
Quando si tenta di correggere ogni segno dell’invecchiamento aggiungendo filler, il rischio è quello di aumentare le dimensioni del viso senza ripristinare la corretta posizione dei tessuti.
Il risultato può essere un volto:
- più largo;
- meno definito;
- appesantito nella regione malare-zigomatica;
- gonfio sotto gli occhi;
- eccessivamente proiettato a livello degli zigomi;
- privo delle naturali transizioni tra le diverse unità anatomiche.
Più volume non significa necessariamente un aspetto più giovane.
Un viso giovane non è semplicemente più pieno. È caratterizzato da una distribuzione armonica dei volumi, da tessuti ben sostenuti e da una buona definizione delle diverse regioni anatomiche.
Quando i tessuti sono scesi o ptosici, aggiungere prodotto sopra di essi non equivale a riposizionarli.
Il filler può:
- colmare una depressione;
- migliorare un deficit circoscritto;
- aumentare la proiezione di un’area;
- correggere una piccola asimmetria.
Non può però realizzare lo stesso riposizionamento anatomico di un lifting correttamente indicato.
Nel tentativo di ottenere un effetto lifting esclusivamente attraverso le iniezioni, si può progressivamente aumentare il volume del viso. Il volto del paziente appare quindi più pieno, ma non necessariamente più fresco o più giovane.
Quali sono i segnali di un possibile eccesso di filler o di una “sindrome da overfilling facciale”?
Non esiste una quantità universale oltre la quale un trattamento possa essere definito eccessivo. Il risultato dipende dall’anatomia del paziente, dal prodotto utilizzato, dalla profondità di infiltrazione e dal numero di sedute precedenti.
Alcuni segnali possono però suggerire la necessità di una rivalutazione:
- gonfiore persistente sotto gli occhi;
- zigomi eccessivamente voluminosi o sporgenti;
- volto progressivamente più largo;
- solchi ancora visibili nonostante un aumento generale dei volumi;
- perdita della definizione mandibolare;
- labbra rigide, sproporzionate o poco mobili;
- irregolarità palpabili;
- asimmetrie comparse dopo trattamenti ripetuti;
- cambiamento evidente dell’espressività;
- sensazione di non riconoscersi più nelle fotografie.
Questi segni non dimostrano automaticamente la presenza di una “sindrome da overfilling facciale”. Richiedono però una valutazione specialistica prima di procedere con ulteriori iniezioni.
Il filler di acido ialuronico si riassorbe sempre completamente?
La durata del risultato estetico e la completa scomparsa del prodotto non coincidono necessariamente.
Il filler può diventare meno evidente con il tempo, mentre una parte del materiale può rimanere nei tessuti più a lungo di quanto il paziente percepisca.
Studi condotti mediante risonanza magnetica hanno documentato la possibilità di identificare residui di acido ialuronico anche diversi anni dopo il trattamento, soprattutto nel terzo medio del volto. Ciò non significa che ogni filler rimanga per molti anni né che la sua persistenza costituisca necessariamente un problema.
La durata può variare in base a:
- formulazione e reticolazione del prodotto;
- quantità infiltrata;
- sede anatomica;
- profondità;
- mobilità della regione;
- metabolismo individuale;
- numero di trattamenti precedenti.
Questi dati invitano però a non presumere automaticamente che tutto il filler sia scomparso prima di eseguire una nuova seduta.
Accumulo di filler: che cosa può succedere con i trattamenti ripetuti?
Un paziente può richiedere un ritocco perché non percepisce più lo stesso effetto ottenuto inizialmente. Tuttavia, la riduzione dell’effetto visibile non significa necessariamente che il prodotto precedente sia stato completamente riassorbito.
Se si aggiunge nuovo filler senza considerare quello ancora presente, nel tempo si può verificare una progressiva sovrapposizione.
Questo fenomeno può contribuire a:
- sovracorrezione;
- aumento delle dimensioni del viso;
- distribuzione irregolare del prodotto;
- edema;
- noduli;
- migrazione;
- perdita della naturale definizione anatomica.
Per questo motivo, prima di trattare un paziente che ha eseguito numerose sedute, è importante raccogliere informazioni su:
- prodotti precedentemente utilizzati;
- aree trattate;
- quantità infiltrate;
- date delle procedure;
- eventuale utilizzo di ialuronidasi;
- complicanze o gonfiori comparsi nel tempo.
Quando queste informazioni non sono disponibili, può essere utile approfondire la valutazione con strumenti diagnostici appropriati.
Ecografia del viso: può aiutare a identificare il filler?
L’ecografia ad alta frequenza è sempre più utilizzata nella medicina estetica del volto.
In casi selezionati può aiutare lo specialista a:
- identificare la presenza di materiale;
- localizzarne la profondità;
- riconoscere eventuali raccolte;
- distinguere il filler da edema o noduli;
- guidare una dissoluzione più selettiva;
- pianificare trattamenti successivi con maggiore precisione.
L’ecografia non è necessaria in ogni paziente, ma può essere particolarmente utile in presenza di trattamenti multipli, prodotti non conosciuti, gonfiore persistente o risultati difficili da interpretare attraverso il solo esame clinico.
Perché può comparire gonfiore sotto gli occhi dopo il filler?
La regione perioculare è una delle aree più complesse del volto.
La pelle è sottile e il drenaggio linfatico è delicato. Anche quantità ridotte di prodotto possono diventare evidenti, soprattutto nei pazienti predisposti a edema o borse malari.
Dopo un filler sotto gli occhi possono comparire:
- gonfiore persistente;
- edema malare;
- irregolarità;
- colorazione bluastra o effetto Tyndall;
- accentuazione delle borse;
- peggioramento dell’aspetto stanco.
Il problema può dipendere dalla quantità, dal prodotto, dal piano di infiltrazione, dall’anatomia del paziente o dall’interazione con il drenaggio locale.
Non ogni solco lacrimale deve quindi essere riempito. Prima del trattamento è necessario distinguere tra:
- perdita reale di volume;
- borse adipose;
- lassità cutanea;
- discesa del terzo medio;
- edema;
- debolezza del supporto scheletrico.
La “pillow face” è sempre causata dai filler?
“Pillow face” è un’altra espressione utilizzata per descrivere un volto eccessivamente pieno, gonfio e privo di una naturale definizione.
Solitamente non dipende da una singola seduta ben condotta. Può essere il risultato di:
- trattamenti ripetuti nel tempo;
- quantità progressive di prodotto;
- sovrapposizione tra filler diversi;
- tentativo di correggere la ptosi con il volume;
- infiltrazione di aree non correttamente indicate;
- edema cronico;
- alterazione delle proporzioni facciali.
Non tutto ciò che appare gonfio è necessariamente costituito soltanto da filler. Possono contribuire anche caratteristiche anatomiche, infiammazione, edema e normale evoluzione dell’invecchiamento.
È sempre necessario sciogliere il filler?
No. La decisione deve essere presa caso per caso.
L’ialuronidasi è un enzima utilizzato per degradare i filler a base di acido ialuronico. Può essere indicata in presenza di:
- sovracorrezione;
- gonfiore persistente;
- noduli;
- irregolarità;
- migrazione;
- risultati non soddisfacenti;
- complicanze vascolari, secondo protocolli urgenti specifici.
Non agisce invece sui filler permanenti o su materiali diversi dall’acido ialuronico.
Nei pazienti trattati in più aree e per molti anni, la dissoluzione completa e indiscriminata non è sempre la strategia migliore. Il prodotto potrebbe essere distribuito in quantità e profondità differenti.
Quando possibile, può essere preferibile una dissoluzione selettiva e progressiva, eventualmente guidata dall’ecografia.
Come appare il viso dopo aver sciolto il filler?
Dopo la ialuronidasi possono diventare nuovamente visibili:
- il deficit di volume originario;
- la lassità precedentemente mascherata;
- le asimmetrie anatomiche;
- la discesa dei tessuti;
- la qualità cutanea sottostante.
Nelle prime fasi possono inoltre essere presenti gonfiore e irregolarità temporanee.
È quindi prudente attendere la stabilizzazione dei tessuti prima di decidere se eseguire altri trattamenti. Correggere immediatamente ogni depressione con nuovo filler rischierebbe di ricreare lo stesso ciclo che ha determinato il problema iniziale.
Il filler è un trattamento sbagliato?
No. Il filler rimane uno strumento utile quando viene impiegato con un’indicazione precisa.
Può essere appropriato per:
- deficit di volume localizzati;
- piccole asimmetrie;
- armonizzazione moderata di mento e labbra;
- sostegno strutturale in aree specifiche;
- correzioni selettive in pazienti giovani;
- rifiniture dopo altri trattamenti.
Deve essere utilizzato con maggiore prudenza quando sono presenti:
- marcata discesa dei tessuti;
- volto già molto volumizzato;
- edema perioculare o malare;
- numerosi trattamenti pregressi;
- prodotti precedenti non conosciuti;
- perdita importante della definizione mandibolare;
- richiesta di ottenere un vero lifting attraverso le sole iniezioni.
La domanda più utile non è quindi “quanto filler dobbiamo aggiungere?”, ma qual è la vera causa anatomica dell’inestetismo?
Perdita di volume, lassità e qualità cutanea: tre problemi differenti
Un piano di ringiovanimento corretto dovrebbe distinguere almeno tre componenti.
Perdita di volume
Quando esiste un deficit reale, circoscritto e proporzionato, si può valutare un trattamento volumetrico con filler o tessuto adiposo autologo.
Discesa dei tessuti
Quando il problema principale è la ptosi, continuare ad aumentare il volume può appesantire il volto.
In base alla gravità e alle caratteristiche del paziente, possono essere valutate procedure come:
- lifting endoscopico con incisioni minime;
- mini-lifting mandibolare mini-invasivo;
- lifting cervico-facciale di preservazione;
- lifting del piano profondo o “deep plane”;
- procedure combinate.
Il principio è riposizionare i tessuti anziché tentare di nasconderne la discesa attraverso il riempimento.
Alterazione della qualità della pelle
Rugosità, assottigliamento, discromie e perdita di elasticità non vengono corrette semplicemente aggiungendo volume.
Possono richiedere:
- skincare medica;
- peeling;
- laser;
- tecnologie biostimolanti;
- trattamenti autologhi;
- procedure combinate.
Il risultato più naturale nasce spesso dall’integrazione di strategie diverse, ognuna diretta verso una specifica componente dell’invecchiamento.
Alternative ai filler: il ruolo della Terapia Autologa Rigenerativa
Nei pazienti che desiderano ridurre il ricorso ripetuto a materiali iniettabili industriali, oppure quando esiste una reale perdita di volume associata a un’alterazione della qualità dei tessuti, può essere presa in considerazione la Terapia Autologa Rigenerativa, abbreviata in TAR.
La Terapia Autologa Rigenerativa utilizza il tessuto adiposo dello stesso paziente.
Una piccola quantità di grasso viene:
1. prelevata da una zona donatrice;
2. preparata secondo metodiche specifiche;
3. processata secondo protocolli in base all’obiettivo clinico;
4. reinnestata nelle aree selezionate del volto.
A seconda della preparazione e della profondità d’impianto, il tessuto adiposo può essere utilizzato per:
- ripristinare volumi profondi;
- migliorare depressioni e transizioni;
- trattare piani intermedi;
- migliorare alcune caratteristiche della qualità tissutale;
- accompagnare un lifting o altre procedure chirurgiche.
Perché il tessuto adiposo viene definito autologo?
Un materiale è definito autologo quando proviene dallo stesso paziente che lo riceverà.
Nella TAR non viene utilizzato un gel sintetico per creare volume. Viene impiegato il tessuto adiposo del paziente, opportunamente prelevato e preparato.
Il tessuto adiposo non contiene soltanto cellule adipose. Comprende anche:
- matrice extracellulare;
- piccoli vasi;
- cellule endoteliali;
- periciti;
- cellule stromali;
- popolazioni progenitrici;
- componenti cellulari della frazione stromale-vascolare.
Questa complessità biologica ha determinato un crescente interesse scientifico verso le possibili applicazioni rigenerative del grasso autologo.
TAR e lipofilling sono la stessa cosa?
I termini possono sovrapporsi, ma non indicano esattamente la stessa strategia.
Il lipofilling tradizionale viene utilizzato soprattutto per trasferire volume mediante tessuto adiposo.
Nella Terapia Autologa Rigenerativa il tessuto può essere preparato con caratteristiche differenti in funzione del piano e dell’obiettivo:
- tessuto più strutturato per il ripristino volumetrico;
- preparazioni più fini per i piani intermedi;
- preparazioni micronizzate per trattamenti più superficiali;
- componenti autologhe orientate al miglioramento della qualità tissutale.
La scelta deve essere personalizzata in base all’anatomia, alla qualità della pelle e al risultato desiderato.
La Terapia Autologa Rigenerativa può sostituire tutti i filler?
No. In alcuni pazienti e per il trattamento di determinati inestetismi il trattamento con filler rimane la soluzione più semplice e precisa, sempre dietro alle giuste indicazioni.
In altri, il grasso autologo può offrire vantaggi specifici.
La TAR può essere presa in considerazione quando:
- esiste una perdita di volume reale;
- si desidera utilizzare un tessuto autologo;
- sono necessarie correzioni più diffuse;
- si desidera un risultato più duraturo e naturale;
- è previsto un intervento di lifting o un’altra procedura chirurgica.
Non rappresenta però una soluzione adeguata quando il problema principale è una marcata discesa dei tessuti che richiede un vero riposizionamento.
Il grasso autologo può dare un risultato naturale?
Quando correttamente indicato e distribuito nei piani anatomici appropriati, il tessuto adiposo può contribuire a ottenere un risultato armonico.
L’obiettivo non deve essere aumentare indiscriminatamente il volume, ma:
- ripristinare ciò che è realmente stato perso;
- rispettare le proporzioni del volto;
- evitare eccessi;
- trattare aree differenti con preparazioni adeguate;
- integrare il trattamento volumetrico con il riposizionamento dei tessuti quando necessario.
Anche con il grasso autologo, un eccesso di volume o una tecnica non appropriata possono produrre risultati innaturali. “Naturale” non significa quindi automaticamente semplice o privo di rischi.
Quanto dura il grasso autologo nel viso?
Una parte del tessuto trasferito viene fisiologicamente riassorbita nei primi mesi.
La quota che attecchisce e sviluppa una vascolarizzazione stabile può persistere a lungo e comportarsi come il normale tessuto adiposo del paziente.
La durata dipende da numerosi fattori:
- tecnica di prelievo;
- preparazione;
- qualità del tessuto;
- area trattata;
- quantità impiantata;
- vascolarizzazione della zona ricevente;
- abitudine al fumo;
- stabilità del peso;
- caratteristiche individuali.
La ritenzione non è completamente prevedibile e può rendere necessario, in alcuni pazienti, un trattamento successivo.
La TAR può migliorare anche la pelle?
La letteratura scientifica sul tessuto adiposo autologo descrive possibili miglioramenti di alcuni parametri della qualità cutanea, tra cui:
- texture;
- spessore dermico;
- vascolarizzazione;
- elasticità;
- aspetto di alcune cicatrici;
- qualità complessiva dei tessuti.
I risultati dipendono dalla metodica utilizzata e dall’indicazione clinica. Gli studi disponibili non sono sempre uniformi per tecniche, preparazione e sistemi di misurazione.
La TAR non deve quindi essere presentata come una soluzione miracolosa né come una terapia capace di correggere ogni segno dell’invecchiamento.
TAR o lifting chirurgico: quale trattamento scegliere?
La scelta dipende dalla causa principale dell’inestetismo.
Se il problema è prevalentemente una perdita di volume, può essere indicato un trattamento volumetrico.
Se il problema principale è la discesa dei tessuti, può essere necessario un lifting chirurgico.
Se sono presenti entrambe le condizioni, le procedure possono essere combinate:
- il lifting riposiziona i tessuti;
- la TAR ripristina selettivamente i volumi;
- le componenti autologhe possono contribuire al trattamento della qualità tissutale.
Questa distinzione è fondamentale per evitare di appesantire con ulteriore volume un volto che necessita soprattutto di riposizionamento.
Un approccio personalizzato alla “filler fatigue”
Non esiste un unico trattamento valido per tutti i pazienti che presentano un viso gonfio o un risultato innaturale dopo filler.
Il percorso può comprendere:
- ricostruzione della storia dei trattamenti;
- visita specialistica;
- documentazione fotografica;
- valutazione dinamica del volto;
- eventuale ecografia;
- sospensione temporanea dei trattamenti;
- dissoluzione selettiva con ialuronidasi;
- rivalutazione dopo la stabilizzazione;
- correzione autologa dei reali deficit di volume;
- trattamento della qualità cutanea;
- lifting quando è presente una significativa ptosi.
Lo scopo non è semplicemente rimuovere o sostituire un prodotto. È recuperare un rapporto più corretto tra volumi, sostegno e posizione dei tessuti.
Ringiovanire significa ritrovare equilibrio, non riempire ogni linea
La diffusione della “filler fatigue” e della “sindrome da overfilling facciale” riflette un cambiamento nel modo di intendere la medicina estetica.
Sempre più pazienti non desiderano apparire evidentemente trattati. Vogliono ritrovare freschezza e definizione, mantenendo però la propria identità.
Ringiovanire non significa:
- cancellare ogni ruga;
- riempire ogni depressione;
- aumentare continuamente il volume;
- inseguire proporzioni standardizzate.
Significa comprendere:
- quali volumi sono realmente diminuiti;
- quali tessuti si sono spostati;
- quanto è cambiata la qualità della pelle;
- quale trattamento sia proporzionato;
- quando sia necessario evitare ulteriori procedure.
In alcuni pazienti la soluzione sarà un filler prudente. In altri potrà essere indicata una Terapia Autologa Rigenerativa. Nei casi caratterizzati da una vera discesa dei tessuti, potrà essere necessario un lifting.
L’obiettivo finale dovrebbe essere sempre lo stesso: un risultato naturale, armonico e riconoscibile.
Conclusioni
La “filler fatigue” non implica che i filler siano trattamenti sbagliati. Evidenzia piuttosto i limiti di un approccio basato sull’aggiunta ripetuta di volume senza una valutazione complessiva dell’invecchiamento facciale.
Per ottenere un risultato naturale è necessario distinguere tra:
- perdita di volume;
- discesa dei tessuti;
- edema;
- persistenza di prodotto;
- alterazione della qualità cutanea.
Solo dopo questa analisi è possibile scegliere tra osservazione, ialuronidasi, filler selettivo, Terapia Autologa Rigenerativa, lifting o una combinazione di procedure.
Prenotare una valutazione
Per valutare un risultato ottenuto con precedenti filler, la presenza di un reale deficit volumetrico o l’indicazione alla Terapia Autologa Rigenerativa, è necessaria una visita specialistica.
È possibile richiedere anche una prima videoconsulenza.
Per informazioni e prenotazioni:
dottor.gaggio.leonardo@gmail.com
È inoltre possibile utilizzare la sezione dedicata del sito gaggiogarcia.com.
Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità esclusivamente divulgative e non sostituiscono una visita medica. Indicazioni, benefici, limiti e possibili complicanze devono essere valutati individualmente da un professionista qualificato.
Domande frequenti
È un’espressione utilizzata per descrivere l’insoddisfazione dopo trattamenti con filler ripetuti. Il paziente può percepire il volto come gonfio, pesante, poco definito o lontano dalla propria fisionomia originaria.
No. Un filler correttamente indicato e utilizzato in quantità proporzionate può produrre risultati naturali. Il rischio di gonfiore o sovracorrezione aumenta quando si eseguono trattamenti ripetuti senza una rivalutazione complessiva.
Possibili segnali sono aumento progressivo delle dimensioni del volto, edema persistente, zigomi molto proiettati, perdita della definizione mandibolare, irregolarità e alterazione dell’espressività. La diagnosi richiede una visita.
Sì, alcuni studi mediante risonanza magnetica hanno identificato residui di acido ialuronico anche diversi anni dopo il trattamento. La durata varia in funzione del prodotto, della sede e delle caratteristiche individuali.
La visita e la documentazione delle precedenti procedure sono fondamentali. In casi selezionati, un’ecografia ad alta frequenza può aiutare a localizzare il materiale e valutarne la distribuzione.
Sì. La regione perioculare è particolarmente delicata e, in pazienti predisposti, il prodotto può essere associato a edema persistente, gonfiore malare, irregolarità o effetto Tyndall.
No. L’ialuronidasi degrada i filler a base di acido ialuronico, ma non agisce su materiali permanenti o su altre sostanze.
Non necessariamente, dipende dal caso clinico specifico. Nei casi complessi può essere preferibile una dissoluzione graduale e selettiva, eventualmente supportata dall’ecografia.
Può diventare nuovamente visibile il deficit di volume originario o la lassità precedentemente mascherata. Prima di eseguire nuove correzioni è opportuno attendere la stabilizzazione.
Le alternative dipendono dal problema anatomico e possono comprendere skincare medica, tecnologie, peeling, laser, grasso autologo, Terapia Autologa Rigenerativa e procedure di lifting.
È un approccio che utilizza il tessuto adiposo dello stesso paziente, preparato e reinnestato in funzione dell’obiettivo volumetrico o tissutale.
Utilizza un tessuto autologo anziché un gel prodotto industrialmente. Anche la TAR deve però essere eseguita con quantità e tecniche appropriate e non è automaticamente indicata in ogni paziente.
Una parte viene riassorbita nei primi mesi. La quota che attecchisce può persistere a lungo e comportarsi come il normale tessuto adiposo del paziente.
No, se il problema principale è una significativa discesa dei tessuti. La TAR può correggere volumi e qualità tissutale, mentre il lifting ha lo scopo di riposizionare i tessuti.
Sì, nei pazienti correttamente selezionati. Il lifting riposiziona i tessuti, mentre il grasso autologo può ripristinare deficit volumetrici selettivi.
Solitamente sì, ma dipende dall’estensione della procedura, dal prelievo, dalla preparazione e dalle condizioni e necessità del paziente.
Il primo passo è evitare ulteriori trattamenti automatici ed eseguire una valutazione completa del volto, della storia clinica e delle procedure precedenti.
Fonti
- Hyaluronic Acid Filler Longevity in the Mid-face: A Review of 33 Magnetic Resonance Imaging Studies
- Facial Overfilled Syndrome
- Exploring facial overfilled syndrome from the perspective of anatomy and the mismatched delivery of fillers
- Improving Autologous Fat Grafting in Regenerative Surgery through Stem Cell-Assisted Lipotransfer
- Long-term MRI Follow-up of Hyaluronic Acid Dermal Filler
- Newer Understanding of Specific Anatomic Targets in the Aging Face as Applied to Injectables: Aging Changes in the Craniofacial Skeleton and Facial Ligaments
- Guideline for the Safe Use of Hyaluronidase in Aesthetic Medicine, Including Modified High-dose Protocol
- Autologous fat graft assisted by stromal vascular fraction improves facial skin quality: A randomized controlled trial
- Rejuvenation of facial skin and improvement in the dermal architecture by transplantation of autologous stromal vascular fraction: a clinical study
- Autologous Fat Transfer for Facial Rejuvenation: A Systematic Review on Technique, Efficacy, and Satisfaction


